Tre Volti, Tre Attrici, Tre Villaggi

novembre 29, 2018 3:54 pm

Tre volti finalmente al cinema. Come nel precedente TAXI TEHERAN, Jafar Panahi è ancora alla guida di un viaggio cinematografico tra i vi(n)coli e i personaggi del proprio Paese.
Il 3 è il numero che simboleggia perfettamente la struttura narrativa di TRE VOLTI: tre sono le generazioni che racconta, tre sono i tempi, passato, presente e futuro, su cui riflette.
Tre sono anche i villaggi principali che visita a bordo della sua ormai immancabile auto: a Nord-Ovest, nella regione azera dell’Iran, il regista de Il Cerchio ripercorre i luoghi di nascita rispettivamente della madre, del padre e dei nonni.
Questa volta la passeggera che siede di fianco a lui è l’attrice Behnaz Jafari, nota star iraniana, compagna di strada alla ricerca della seconda protagonista, la giovane Marziyeh, appena diplomata all’Accademia di recitazione e rifiutata dalla famiglia per la sua scelta artistica. Così Panahi porta con sé due esempi di forza femminile che hanno in sé il potere sovversivo di una rivoluzione culturale all’interno di un mondo ancora arcaico e patriarcale.

IL VOLTO NASCOSTO

Il terzo volto dei tre volti non è quello di Panahi, come sarebbe lecito pensare. “Semplice” conduttore di anime ribelli, il regista iraniano affida invece l’altro ruolo principale a un’altra attrice realmente operativa, almeno, prima della rivoluzione islamica: Kobra Saeedi, qua sotto lo pseudonimo di Shahrzad, vera e propria star del cinema iraniano fino agli anni Settanta. Ora ostracizzata per il suo passato da artista libera e confinata nel villaggio d’origine Isfahān, in TRE VOLTI è la figura più emblematica: sempre distante dalla macchina da presa eppure così vicina alla condizione del regista.

DA DE SICA A KIAROSTAMI

Jafar Panahi aveva dieci anni quando ha scritto il suo primo libro. Nello stesso periodo si è avvicinato alla fotografia e al cinema. Frequenta la scuola Kanoon, l’Istituto per lo sviluppo intellettuale dei bambini e dei giovani adulti e dopo aver prestato servizio nell’esercito durante la guerra contro l’Iraq, si iscrive al Collegio di Cinema e TV a Teheran, dove si laurea con una tesi su Ladri di biciclette di De Sica, film che condizionerà tutta la sua carriera. Diviene così assistente del regista di culto Abbas Kiarostami per Sotto gli ulivi e poco dopo comincia a produrre le sue opere. Da allora non si è mai più fermato, e ancora oggi non si dimentica di omaggiare i suoi maestri. Tre volti ne è l’esempio.

 

 

IL QUARTO FILM CLANDESTINO

Sono passati otto anni da quando Panahi venne arrestato dal regime iraniano per aver preso parte alle manifestazione dell’Onda Verde contro il regime di Maḥmūd Aḥmadinežād, eventi su cui stava girando un film. Dopo Taxi TeheranClosed CurtainThis is not a filmTRE VOLTI è il suo quarto film girato in completa clandestinità.
Nonostante sia stato condannato a non girare film per vent’anni, Panahi non ne ha potuto mai fare a meno. E soprattutto non ha mai perso il senso dell’umorismo: per lui, non c’è modo di raccontare l’assurdità degli estremismi se non con il linguaggio dell’ironia. Con il quale sprigiona anche tutto l’amore per il suo paese, che non è mai cambiato, malgrado la censura subita. Per dimostrarlo, ha regalato tutti i Premi internazionali ricevuti (tanti, tra cui il Leone d’Oro per Il cerchio) al Museo del Cinema di Teheran. Ha conservato solamente l’unico premio ricevuto in Iran per il suo primo lungometraggio Il palloncino bianco: dopo (a parte un’unica proiezione di Offside) nessun suo film è stato mostrato nel Paese, ed è questo il suo più grande rammarico.

CINEMA IN MOVIMENTO

Dopo essere stato costretto a girare tra le mura del suo appartamento in This is not a film e di una casa in riva al mare in Closed Curtain, Panahi ha lasciato il set domestico per spostarsi all’interno dell’automobile. Grazie alla praticità e alle dimensioni limitate delle nuove camere digitali, per il regista confinato dalle autorità iraniane la macchina è diventata un mezzo espressivo e poetico su cui portare con sé le storie e i volti del suo paese. Come nell’opera del maestro Kiarostami, l’auto diviene, da unico e mero modo in cui riprendere il mondo esterno quasi di nascosto, un rifugio cinematografico dalla censura ma soprattutto un vero e proprio cinema in movimento; sempre on the road, sempre ancorato alla sua terra, senza mai lasciare la guida.

PICCOLI STRATAGEMMI IMPORTANTI

Si dice che per spedire al Festival di Berlino la copia originale di TAXI TEHERAN, Panahi sia ricorso a una chiavetta USB nascosta dentro una torta. Per fare uscire dal Paese TRE VOLTI e recapitarlo al Festival di Cannes senza sospetti, pare invece che abbia infilato una scheda di memoria in un album di fotografie di sole nuvole (alcune erano già state messe in mostra dal Centre-Pompidou nel 2016) indirizzate alle figlia; la stessa che gli ha procurato la leggerissima macchina da presa con cui ha potuto girare facilmente TRE VOLTI. E che noi non possiamo fare altro che ringraziare con tutto il cuore e gli occhi.

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